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Cinema del presente #1

 

Cinema del presente

Programma 2021

Due autori molto diversi per stile e linguaggio cinematografici: Xavier Dolan e Roberto Minervini. Il primo enfant prodige del cinema canadese e autore, a poco più di trent’anni, di otto lungometraggi che hanno riscosso un grande successo prima di critica e, ultimamente, anche di pubblico. Roberto Minervini è un italiano che vive negli Stati Uniti e che è riuscito a raccontare in cinque opere, a metà strada tra fiction e documentario, l’America della quale pochi parlano. Quella bianca, povera e incattivita degli stati del Sud o la comunità afro americana che vive sotto un razzismo perenne. Diversissimi Dolan e Minervini ma accomunati dal fatto di essere molto giovani e di lavorare ai margini del grande impero hollywoodiano raccontando un Nord America molto diverso dall’immaginario usuale.

Un cinema di non molte parole quello belga dove la figura dei fratelli Dardenne naturalmente spicca in maniera assoluta. Il loro cinema che colleziona, ormai da vent’anni, premi nei maggiori festival cinematografici, è il cinema del pedinamento. Si attacca ai suoi personaggi facendoci entrare in simbiosi totale con le vite dei loro protagonisti. Cinema che fa arrabbiare ma che regala anche una grande dote di umanità. Meno conosciuto Lucas Belvaux ma autore di pellicole che raccontano lo stesso paese dei Dardenne visto con un occhio più attento al linguaggio di genere.

La figura di Michael Haneke è probabilmente quella più conosciuta tra gli autori trattati. Quando nel 1997 realizza Funny Games raggiunge il riconoscimento internazionale e si trasferisce in Francia dove ha continuato a girare pellicole di altissimo livello. Ma la sua connotazione culturale austriaca è evidentissima, figlia di un rinnovamento cinematografico che ha visto l’Austria protagonista a partire dagli anni Ottanta e che accanto a nomi come quello di Haneke vede in primo piano la figura di Ulrich Seidl. Cinema mai accomodante ma che colpisce duro le istituzioni morali e materiali di un’Europa sempre più decadente.

Una delle aree più instabili del mondo quella che unisce, ma molto più spesso divide, sotto lo stesso cielo, due popoli: quello israeliano e quello palestinese. Di conseguenza un cinema che non può fare a meno, qualunque sia il registro narrativo che sceglie, di fare i conti con la realtà sociale. A partire dalla figura più conosciuta del cinema israeliano che è indubbiamente quella di Amos Gitai conosceremo autori altrettanto grandi come Ari Folman o come Ronit Elkabetz purtroppo recentemente scomparsa.

Anche nel versante palestinese registi come Elia Suleiman o Hany Abu-Assad riescono nella non facile impresa di raccontare un mondo complicatissimo come quel territorio, fisico e spirituale insieme, che va da Gerusalemme a Gaza.

Altra storia complicata quella di Taiwan, dove le eterne rivendicazioni politiche territoriali si uniscono a una cinematografia che non ha mai avuto grandi vette artistiche se non a cominciare dalla metà degli anni Ottanta quando la comparsa di tre grandissimi maestri come Hou Hsiao-hsien, Tsai Ming-liang e Edward Yang hanno fatto parlare di nouvelle vague orientale.

Cinema completamente speculare a quello iper veloce di Hong Kong, fatto di tempi dilatati e con un fascino estetico immenso.

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